Più registi girano sequenze dello stesso film—ognuno porta il suo stile. Formato raro, tipico di antologie o omnibus.
Più registi collaborano a un unico film, ognuno responsabile di una propria sequenza o episodio — questo è il principio fondamentale del film collettivo. A differenza di una produzione classica con unità seconde o assistenti alla regia che si alternano, qui i singoli autori portano la piena responsabilità creativa per la loro sezione. Questo rende la cosa sul set complicata, ma anche affascinante: stili si incontrano, prospettive si scontrano e, se funziona, si crea un'esperienza estetica volutamente eterogenea.
Le sfide pratiche sono considerevoli. La continuità diventa un atto di funambolismo — non solo per gli attori e i costumi, ma per l'intera lingua visiva. Se il regista A lavora con inquadrature lunghe e continue e il regista B ama i tagli veloci, questo deve essere concordato in anticipo, altrimenti il montaggio risulterà frammentato. La produzione necessita di un chiaro quadro drammaturgico e di un produttore con nervi d'acciaio. Sul set stesso, ogni regista lavora con un team separato, il che può far risparmiare costi — o farli esplodere se il coordinamento crolla. L'allestimento delle luci, i permessi di ripresa, la preparazione della macchina da presa devono essere riprogrammati per ogni sequenza, se questa si svolge in luoghi diversi.
Nel montaggio si rivelano i veri problemi. Mentre un lungometraggio segue solitamente una logica di montaggio coerente, qui un montatore deve unire le diverse "mani" — frequenza dei tagli, spazio colore, sound design. Questo funziona solo se i registi coinvolti hanno sviluppato in precedenza un concetto di design comune. I formati episodici come le serie antologiche (ad esempio, più cortometraggi sotto lo stesso tetto) sono meno critici dei lungometraggi con una trama continua. In questi ultimi, ogni taglio tra due scene diventa una potenziale frattura.
Storicamente, il formato riappare continuamente, specialmente nelle produzioni o nei festival europei — spesso per ragioni ideologiche o sperimentali. Cedere il controllo, permettere a diverse voci artistiche di esprimersi, è una scelta estetica consapevole. Per i direttori della fotografia, questo significa: la flessibilità non è una virtù, ma una strategia di sopravvivenza. Tu giri la tua parte secondo la tua logica, ma vieni interrotto a metà strada quando arriva la prossima "mano" registica.