Ondata di cinema d'autore indiano dopo l'indipendenza — Ray, Sen come fondatori. Lingue regionali, umanesimo poetico, rifiuto della formula Bollywood.
Dopo l'indipendenza nel 1947, in India emerse una cultura cinematografica che si discostava consapevolmente dal sistema di studi consolidato di Bombay. Non numeri di danza e trame melodrammatiche dettavano il tono, ma un interesse per la realtà sociale, la profondità psicologica e l'indipendenza artistica. Il cinema d'autore indiano degli anni '50 e '60 non fu un movimento con un manifesto — piuttosto un'apertura di singoli cineasti che presero sul serio le loro lingue locali, i loro paesaggi e le loro storie come materiale cinematografico.
Satyajit Ray e Mrinal Sen furono considerati le figure formative. Ray girò Pather Panchali (1955) con un budget minimo, attori improvvisati e ambientazioni rurali autentiche — un film che suscitò scalpore ai festival internazionali e dimostrò che il cinema indiano non doveva essere legato alla produzione di massa. Sen, a sua volta, sviluppò un'estetica più politica ed saggistica, che inseriva direttamente nell'immagine conflitti di classe e contraddizioni sociali. Entrambi lavorarono in lingua bengalese, non in hindi, e così aprirono il campo alle culture cinematografiche regionali — Tamil, Telugu, Marathi, Kannada ottennero voci artistiche paritarie.
Per il lavoro pratico sul film, ciò significò: troupe più piccole, luce naturale invece di allestimenti in studio, riprese più lunghe, meno tagli. Il montaggio non seguiva il ritmo delle sequenze di canzoni e balli, ma la logica interna dell'osservazione e del silenzio. Gli attori erano spesso dilettanti — una decisione dettata sia dalla necessità che dal principio estetico. Il suono fu trattato in modo documentaristico, i dialoghi nella rispettiva lingua regionale furono conservati autenticamente, non doppiati o uniformati.
Questo cinema d'autore si stabilì accanto — non contro — il sistema mainstream. Richiese altre fonti di finanziamento, spesso supporto statale o festival internazionali. Tuttavia, creò uno standard: che un film indiano potesse essere serio, che la cultura regionale fosse degna di essere filmata, che i registi fossero riconosciuti come autori con una propria impronta visiva. Successivamente arrivarono cineasti come Girish Kasaravalli, Kumar Shahani, Ketan Mehta — ognuno con una lingua regionale e formale diversa — e dimostrarono che questo pluralismo non indeboliva il cinema indiano, ma lo arricchiva.