Copia di terza generazione dal negativo originale — tramite negativo intermedio. Perdita qualitativa evidente; quasi obsoleto oggi.
Chi lavora con materiale d'archivio o restaura vecchi fondi di pellicola da 35 mm non può fare a meno della copia di terza generazione (dup-print) — e impara presto a rispettarne i limiti. La copia di terza generazione è il risultato finale di una catena di replicazione a più stadi: dal negativo originale si è creato inizialmente un interpositivo, da questo a sua volta un internegativo, e da quest'ultimo infine la cosiddetta copia di terza generazione come materiale positivo per la proiezione. Ogni passaggio comporta una perdita di nitidezza, gamma di contrasto e bilanciamento del colore — le perdite di qualità sono cumulative e chiaramente visibili.
Nell'era analogica, questa procedura era inevitabile: i distributori necessitavano di diverse copie di proiezione senza rischiare il prezioso negativo originale. Si realizzavano quindi negativi di protezione e negativi di lavoro per preservare gli elementi originali. La copia di terza generazione era praticamente la «copia della copia della copia» — un compromesso tra la conservazione d'archivio e la necessità economica. Oggi vediamo queste terze generazioni principalmente in fondi cinematografici più vecchi, distribuiti prima dell'era digitale. Chi digitalizza, ad esempio, duplicati da 16 mm degli anni '70, lavora spesso con tale materiale.
Le conseguenze pratiche sono notevoli: le copie di terza generazione appaiono sbiadite e grigie. Il nero non è nero profondo, ma grigio scuro; i bianchi sono più opachi. La grana diventa più visibile, poiché ogni stadio di generazione aggiunge grana. Le dominanti cromatiche nascono da spostamenti di colore negli stadi intermedi. Durante la scansione digitale di tale materiale, è necessaria una correzione colore più aggressiva e si devono mettere in conto artefatti che il processo di scansione produce — specialmente nelle ombre e nelle alte luci.
Oggi si lavora con copie di terza generazione solo per necessità: ad esempio, quando il negativo originale è introvabile o è l'unico materiale fisico disponibile. I moderni flussi di lavoro di digitalizzazione cercano di compensare tali perdite di generazione con tecniche di restauro (riduzione della grana, aumento del contrasto) — un processo laborioso. Il confronto con una scansione da un vero negativo originale è inevitabilmente deludente. Per gli archivisti, la copia di terza generazione rappresenta infine un monito sull'importanza della conservazione degli originali; per i digitalizzatori, un ostacolo tecnico che richiede pazienza e un'esperta color grading.