Ortografia britannica per processo bicolore (Technicolor, Kinemacolor). Sistema due filtri per cattura e stampa — palette limitata ma più adatto al movimento.
Processi bicolore come il Biocolour permisero ai cineasti, a partire dagli anni '20, di realizzare riprese a colori senza la complessità del successivo sistema Technicolor. Invece di tre strati di colore, se ne utilizzavano solo due — tipicamente rosso e verde o rosso e ciano — il che semplificava notevolmente l'attrezzatura ottica. La cinepresa richiedeva filtri colore speciali che dividevano la luce incidente durante la ripresa; in fase di stampa, i due negativi venivano combinati in una copia. In pratica, ciò significava: riprese più veloci, costi di materiale inferiori, ma anche una gamma cromatica notevolmente ridotta.
Sul set, i direttori della fotografia notavano immediatamente i vantaggi rispetto ai processi a tre colori — l'esposizione era meno critica, poiché i filtri di separazione agivano già in fase di ripresa, non solo in laboratorio. Non erano necessari carrelli luci aggiuntivi per un controllo più complesso della temperatura colore. La grana era più fine, la nitidezza del movimento migliore, poiché il tempo di esposizione era più breve. Ciò si manifestava in particolare nelle riprese in esterni: paesaggi e cieli acquisivano la loro colorazione caratteristica, leggermente artificiale — i verdi apparivano luminosi, le tonalità di blu viravano al verdastro, le carnagioni presentavano una sfumatura aranciata. Non ideale per i ritratti, ma perfetto per melodrammi, western e film di danza, dove questo look diventava uno stile.
Lo svantaggio decisivo era l'informazione cromatica limitata. Le tonalità viola non potevano essere rappresentate e le transizioni tra i colori apparivano piatte. Ciò costringeva registi e scenografi all'autolimitazione — costumi, scenografie, trucco dovevano essere scelti consapevolmente nello spettro dei due colori. Alcune produzioni ne fecero una virtù: il look Biocolour divenne un marchio, una dichiarazione estetica autonoma. In montaggio, si lavorava separatamente con i due negativi, potendo ancora apportare correzioni colore in fase di stampa, regolando l'intensità di ogni strato.
Con l'ascesa del vero Technicolor e successivamente dell'Eastmancolor, il Biocolour scomparve dalla produzione cinematografica professionale — troppo inefficiente, troppo limitato. Oggi è materiale d'archivio, riconoscibile per la sua caratteristica colorazione bidimensionale. I restauratori devono comprendere come funzionassero questi processi per ripristinare correttamente le vecchie copie. Per i cineasti moderni, il Biocolour rimane un caso di studio sui limiti della tecnica come mezzo espressivo.