Film di guerra sul conflitto vietnamita (1955–75)—prospettiva americana, focalizzazione su trauma. Apocalypse Now, Full Metal Jacket, Platoon.
Il Vietnamfilm è emerso come genere autonomo dalla necessità di elaborare un trauma, soprattutto il trauma americano. A differenza dei classici film di guerra che celebrano l'eroismo e la grandezza nazionale, questi film rivolgono lo sguardo all'interno: la decomposizione della psiche, la perdita di senso nella giungla, l'impossibilità di mantenere una bussola morale. Questo li rende cinematograficamente interessanti, perché lo strappo interiore si riflette nella composizione visiva, nel sound design e nel ritmo del montaggio, non solo nei dialoghi.
In pratica, nel Vietnamfilm si lavora con contrasti estremi. La natura diventa una trappola: verde lussureggiante, umido, soffocante; il direttore della fotografia e il regista lo usano come spazio psicologico, non come paesaggio. Colori come il seppia, il rosso saturo nelle scene di sangue, la luce tremolante nelle sequenze notturne creano disorientamento. Il montaggio è spesso frammentario, salta tra piani temporali, monta memoria e presente uno sull'altro. La musica – Hendrix, Wagner, sintetizzatori – contrasta consapevolmente con le immagini di violenza per creare assurdità. Questi mezzi formali non sono decorazione; trasportano ciò che la trama da sola non può.
La prospettiva è il problema centrale e la forza allo stesso tempo. Il Vietnamfilm lotta con la questione della colpa americana, senza risolverla in modo cliché. I soldati vengono rappresentati sia come carnefici che come vittime. L'immagine del nemico si sgretola; l'avversario rimane invisibile o viene umanizzato, il che inasprisce la tensione narrativa piuttosto che allentarla. Questa ambiguità morale distingue il Vietnamfilm dal classico cinema di guerra.
Correlato al film di guerra in generale e al trauma-cinema, il Vietnamfilm utilizza anche elementi del film horror, non come ibridazione di genere, ma come conseguenza logica: la guerra stessa diventa un mostro. Il suono diventa la fonte primaria di paura: rotori di elicotteri, insetti nella giungla, pause silenziose che creano più tensione della violenza. Questo rende questi film anche artigianalmente impegnativi: la mise-en-scène deve costruire costantemente tensione senza esplicitare.