Movimento sperimentale degli anni 60 contro Hollywood — estetica underground, camera a mano libera, anti-narrativa. Mekas e Brakhage furono i pionieri.
Alla fine degli anni '50, i cineasti americani iniziarono a opporsi consapevolmente al cinema classico di studio, non con manifesti, ma con la macchina da presa in mano. Giravano in 16mm, spesso senza permessi, senza budget, senza riguardo per le convenzioni narrative. Non era una ribellione per mancanza di denaro, ma per principio. Jonas Mekas, che teorizzò il movimento e lo rese popolare con la sua rivista Film Culture Magazine, lo vide come una liberazione: fare cinema come pratica artistica immediata, non come mestiere.
Le conseguenze pratiche di questo atteggiamento furono radicali. Lo sguardo a mano libera divenne non un mezzo per un fine (come più tardi nel Dogma 95), ma l'essenza. Stan Brakhage, ad esempio, costruiva i suoi film con ritmi visivi astratti, con rayografie, con movimenti di macchina che non seguivano alcuna logica drammaturgica. La continuità della classica grammatica del montaggio — establishing shot, medium, close-up — era obsoleta. Al suo posto: il ritmo dell'immagine come forma primaria di espressione. La luce stessa divenne narrativa. I loop — sequenze ripetute — sostituirono l'azione lineare; la ripetizione divenne un metodo per interrogare la percezione, non per narrare.
Ciò che è importante per il direttore della fotografia professionista: questi film imposero un cambio di paradigma. La moviola non fu più un luogo di montaggio nel senso sovietico (Eisenstein), ma un laboratorio sperimentale. Le pellicole venivano elaborate, dipinte, sovraesposte. Il film finito non era l'immagine di una sceneggiatura, ma un oggetto visivo autonomo. Questo ebbe conseguenze — non solo per il cinema underground, ma per l'intero approccio alla composizione dell'immagine: accettare il caso, utilizzare la limitazione tecnica come caratteristica estetica, non come errore.
Mekas, Brakhage, Andy Warhol, Kenneth Anger — tutti lavorarono con la stessa comprensione: il cinema come medium che riflette su se stesso. Per la pratica contemporanea, questo rimane rilevante: nell'era dell'estetica a mano libera e dell'immediatezza digitale, il New American Cinema incarna un rapporto consapevole con la produzione dell'immagine — non automaticamente disponibile, ma scelto, radicale, presente. Non è un mezzo stilistico, ma una filosofia del vedere.