Movimento d'avanguardia sovietico degli anni '20 — Dziga Vertov e il collettivo giravano realtà con camera nascosta, senza attori né copione.
Il movimento Kinoki nacque da un'impazienza radicale: Dziga Vertov e il suo collettivo non potevano più sopportare la menzogna del lungometraggio. Presero le loro cineprese e uscirono per catturare il materiale grezzo della realtà, senza scenografie, senza copione, senza l'ipocrisia degli attori. Alla fine degli anni '20 nell'Unione Sovietica, questo non fu un esperimento filosofico, ma un atto rivoluzionario.
In pratica, ciò significava filmare con una cinepresa nascosta o almeno discreta. Gli spettatori non dovevano sapere di essere osservati: la vita quotidiana doveva rivelarsi da sé. Vertov definì questo approccio l'"occhio della macchina", uno sguardo della cinepresa che poteva essere più puro, più oggettivo, più onesto dell'occhio umano. Il montaggio, poi, assemblava i frammenti per creare un nuovo significato, non attraverso la logica narrativa, ma attraverso contrasti ritmici e visivi. Il montaggio divenne l'atto artistico vero e proprio. Un incidente d'auto accanto a una fabbrica, una scena di danza accanto a una parata: la sequenza di montaggio creava un senso che la realtà stessa non offriva.
Sul set (o meglio, nella vita) era necessaria una mentalità completamente diversa rispetto alle riprese convenzionali. Il documentarista doveva anticipare, reagire, improvvisare. Non si potevano fare tre ciak finché la star non pronunciava correttamente la sua battuta. Bisognava capire dove si svolgeva la vita ed essere presenti lì. Ciò richiedeva una velocità e un'intuizione che oggi sembrano di nuovo rilevanti: chi lavora con cineprese piccole e obiettivi veloci percepisce ancora questa estetica Kinoki.
Il movimento Kinoki fu anche una risposta ideologica: i lungometraggi erano borghesi, artificiali, ingannevoli. Solo il materiale documentario — il "la vita così com'è" — poteva servire alla società sovietica. Si può criticare questo purismo oggi; tuttavia, ha influenzato in modo duraturo il modo in cui pensiamo alla differenza tra messa in scena e autenticità. Ogni moderno reality show, ogni horror found-footage e ogni documentario sperimentale respira ancora, in qualche modo, l'aria Kinoki.