Teatro di burattini giapponese con figure monumentali e burattinai visibili — fonte visiva dell'estetica Kitano e della materialità Godard.
Il teatro giapponese Bunraku ti mostra sul palco ciò che i cineasti solitamente nascondono: gli artigiani stessi. Tre burattinai in abiti neri muovono una marionetta a grandezza naturale — uno controlla la testa e la mano destra, altri due si occupano della mano sinistra e delle gambe. Il suonatore di shamisen siede visibilmente accanto, un narratore recita la storia. Nulla viene celato. Questa radicale visibilità della costruzione ha affascinato i cineasti perché contraddice l'illusionismo classico.
Il Bunraku diventa rilevante per la cinepresa attraverso il suo linguaggio visivo: i movimenti sono precisi, ritmici, spesso esagerati. Le marionette stesse — con costumi elaborati e volti espressivi — funzionano come primi piani estremi. Takeshi Kitano ha citato questa estetica più volte — non solo nel suo film "Bunraku" (2010), ma nella rigidità e artificialità generale della sua rappresentazione dei personaggi. Gli attori si muovono a volte come animati, i tagli sono bruschi, il montaggio segue un ritmo teatrale invece della continuità naturalistica. Questo è l'influsso del Bunraku: lo spettatore deve vedere e accettare l'artificialità.
Jean-Luc Godard ha elogiato il Bunraku come esempio di "materialità" — la visibilità del materiale e della produzione, che è opposta al mezzo cinematografico. Mentre il cinema tradizionalmente nasconde (la cinepresa, il montaggio, l'illuminazione), il Bunraku espone. Questa tensione tenta i cineasti che lavorano contro la trasparenza: utilizzano ombre visibili, bordi di luce, transizioni volutamente "sbagliate". Il confine tra personaggio e burattinaio diventa metafora del confine tra attore e personaggio — entrambi sono fatti a mano.
Sul set o in montaggio, si nota l'influenza del Bunraku nella decisione di non levigare. Nessun motion blur che sembri naturale. Invece, movimenti più rigidi, azioni sincronizzate, composizione spesso simmetrica. Lo sguardo viene guidato verso la struttura, non verso l'illusione. Questo è il vero punto di apprendimento: il Bunraku insegna che l'artificialità e l'artigianato possono essere più interessanti della naturalezza — se usati consapevolmente.