Telecamera svizzera a manovella o motore, 16mm — robusta, bassa manutenzione, leggendaria nel documentario e cinema sperimentale. Ancora standard alle scuole di cinema.
La Bolex-Paillard della Paillard di Ginevra — è stata per molto tempo la macchina da lavoro per tutti coloro che prendevano sul serio il 16mm e non avevano un budget da studio. A partire dagli anni '50, questa cinepresa si affermò nella documentazione, nell'etnologia e nel cinema sperimentale, perché faceva quello che doveva fare: girare in modo affidabile, senza fronzoli. Il corpo in metallo appare massiccio, quasi indistruttibile — molti apparecchi di allora funzionano ancora oggi, se vengono sottoposti a manutenzione.
Ciò che rese la Bolex una leggenda fu la versione a manovella: permetteva di lavorare anche senza rete elettrica, e questo era decisivo sul campo, in luoghi selvaggi o in paesi senza un'alimentazione elettrica sicura. La frequenza dei fotogrammi era tuttavia un lavoro artigianale — girare a 16 fotogrammi al secondo in modo costante richiedeva senso del ritmo e pazienza. Le varianti motorizzate (successivamente con lo standard 24 fps) resero la Bolex una cinepresa universale: entrava in macchina, nello zaino, funzionava al freddo. Obiettivi intercambiabili, visore di trasparenza alloggiato nel corpo, presa per bobine parallela — tutto era pensato in modo modulare. Un operatore era così indipendente.
Alla scuola di cinema la Bolex viene ancora insegnata oggi, non per nostalgia, ma per ragioni pratiche: la meccanica è trasparente, non ci sono scatole nere. Si vede come viene trasportata la pellicola, come funziona il prisma otturatore. Le riparazioni sono possibili in tre. E la pellicola da 16mm stessa — che sia Kodak o Fuji — impone una riflessione consapevole sulla composizione dell'immagine e sul ritmo del montaggio. Nessuna facilità digitale, nessun salvataggio a piacere. Ogni secondo costa materiale.
Per lavori sperimentali e artistici, la Bolex è ancora la prima scelta, perché la qualità dell'immagine — granulosa, caratteristica, otticamente completamente trasparente — esprime esattamente ciò che Super-8 o persino 35mm non possono fare. Il classico rimane rilevante, perché forma e contenuto non sono separabili in questa cinepresa. Essa plasma l'immagine con la sua meccanica.