Primo lungometraggio con dialogo sincronizzato — 'Il Cantante di jazz' (1927) chiude l'era muta. Ha rivoluzionato narrativa e tecnica camera.
Film sonoro
L'introduzione della registrazione sonora sincrona a metà degli anni '20 segna una rottura che ha cambiato radicalmente la narrazione cinematografica. Improvvisamente, dialoghi, rumori e musica non potevano più essere aggiunti in seguito: dovevano essere registrati con l'azione. Sembrava semplice, ma fu una catastrofe tecnica ed estetica per tutti coloro che erano abituati al cinema muto.
Per il direttore della fotografia, ciò significò inizialmente passi indietro. Le prime apparecchiature sonore erano rumorose, vibravano, dovevano essere alloggiate in gabbie insonorizzate. La telecamera stessa divenne immobile: niente panoramica, niente carrello, niente zoom. Gli attori stavano immobili davanti a un microfono che doveva sporgere invisibile dall'inquadratura. I registi, che fino a poco prima avevano lavorato con tagli rapidi e movimenti di macchina espressivi, si trovarono improvvisamente bloccati. Era un pensiero cinematografico all'indietro: si producevano riprese teatrali invece che cinematografiche.
Ma il sistema si impose perché il pubblico lo voleva. E nel giro di pochi anni, tecnici e creativi impararono a gestirlo. La registrazione sonora divenne più mobile, il microfono posizionato in modo più intelligente. I direttori della fotografia svilupparono nuovi schemi di movimento, non nonostante, ma a causa del suono. Una panoramica doveva ora essere coordinata con i dialoghi e l'acustica della stanza. Ciò portò a un lavoro più preciso e ponderato. L'estetica del montaggio cambiò: take più lunghi, meno tagli veloci, perché la continuità dialogica contava.
L'interessante è che molti cineasti europei videro inizialmente in questo una sconfitta artistica: troppo realismo, troppo poca fantasia visiva. Ma questo era purismo. Il film sonoro permise una nuova profondità nella caratterizzazione, nuovi ritmi attraverso il linguaggio, nuove possibilità drammaturgiche. L'illuminazione poteva diventare più sottile, poiché non era più necessario compensare costantemente una recitazione pantomimica. Per questo la transizione fu radicale, ma non degenerativa: solo diversa. Chi oggi ancora esalta l'estetica del cinema muto, dimentica che il miglior lavoro del cinema muto fu spesso pura necessità, non scelta artistica.