Scambio di servizi sessuali contro compenso — fenomeno sociale che il cinema affronta come soggetto narrativo o critica.
I cineasti raramente affrontano il tema della prostituzione come mera trama — funziona quasi sempre come una lente d'ingrandimento sui rapporti di potere sociali, sulla povertà, sulla dipendenza o sui confini morali. La cinepresa deve decidere qui: documenta dignità o umiliazione? Osserva clinicamente o voyeuristicamente? Questa scelta plasma l'intera tonalità visiva di un film.
In pratica, gli approcci differiscono fondamentalmente. Il film socialmente critico (si pensi a lavori sulla prostituzione forzata o sul traffico di esseri umani) lavora spesso con colori smorzati, spazi ristretti, rappresentazioni frammentate del corpo — la cinepresa mantiene le distanze per rendere visibile lo sfruttamento senza metterlo in scena. Il film interessato alla psicologia, al contrario, si concentra sui conflitti interiori: dipendenze, traumi, la scissione tra identità professionale e privata. Qui si creano primi piani che mostrano la vulnerabilità senza vergognare. Un terzo tipo — quello artistico-provocatorio — utilizza la prostituzione come metafora del capitalismo, dell'alienazione o dell'integrità artistica stessa; il linguaggio visivo diventa allora deliberatamente decostruttivo o frammentato.
Il problema centrale risiede nella rappresentazione. La persona interessata diventa oggetto della narrazione o soggetto della propria storia? Sul set, ciò significa concretamente: chi ha il controllo sulla propria rappresentazione? Come vengono girate le scene intime — con o senza un Intimacy Coordinator? Quale illuminazione onora o umilia? Un buon direttore della fotografia sa che qui la decisione etica e quella tecnica sono identiche.
Storicamente cinematografico, la prostituzione è anche un marcatore di classificazione: a lungo tabù nella censura cinematografica o permesso solo come ammonimento morale, successivamente mezzo della Nouvelle Vague per segnalare autenticità e anticonformismo. Oggi si tratta meno di rompere tabù che di prospettive differenziate — diritto del lavoro, trauma, capacità di agire invece del mito della vittima. Registi e registe devono chiedersi: di chi è questo sguardo? E a chi giova questa storia? La composizione dell'immagine risponde sempre.