Commedia trasgressiva ambientata in campi di concentramento nazisti — controversa dal 1948. Confine estetico tra satira e cattivo gusto.
La commistione tra ambientazione di un campo di concentramento e comicità spinge i cineasti ai limiti del rappresentabile. Non si tratta di provocazione, ma della questione se l'umorismo possa essere uno strumento legittimo per decifrare la logica dei sistemi totalitari, o se inevitabilmente li banalizzi. La linea di demarcazione tra satira e farsa di cattivo gusto è sottilissima, e decide la qualità morale e artistica di un film.
Il problema inizia a livello di complicità dello spettatore. Non appena si dichiara un campo di concentramento come ambientazione di una commedia, lo spettatore viene costretto a una posizione ambivalente: deve ridere di situazioni assurde e allo stesso tempo rimanere consapevole dell'orrore storico. Ciò funziona solo se il film stesso opera in modo assolutamente preciso tra i due registri, ovvero utilizza l'umorismo per smascherare la logica dei perpetratori, non per dileggiare le vittime. Il film di Lang "Großes Konzert" (1948) ci ha provato, ridicolizzando la gerarchia del campo e la macchina propagandistica, non i prigionieri. Il tono era amaramente caustico, non allegro.
Sul set o in montaggio, la commedia di un campo di concentramento significa concretamente: la messa in scena deve rendere visibile l'assurdità della burocrazia nazista — uniformi esagerate, ottusità rituale, la meccanica degli ordini — mentre il lavoro di macchina da presa mantiene contemporaneamente le distanze. Un montaggio sbagliato, una scelta di inquadratura troppo bella, e tutto l'equilibrio vira verso il voyeurismo. Lo si vede in "Mein Kampf" (1987) di George Tabori: la situazione ridicola (i compagni di stanza di Hitler) viene preservata dalla trivialità attraverso una radicale estetica teatrale.
La soglia concettuale risiede nella questione dell'oggetto satirico. L'umorismo mira alla cricca dei perpetratori, ai rapporti di potere assurdi in sé, o scivola nell'istrumentalizzazione della sofferenza? Troppe produzioni hanno superato questo limite, credendo che la scenografia di un campo garantisse automaticamente profondità. È vero il contrario: quanto più serio è l'ambientazione, tanto più precisa deve essere la costruzione satirica. L'assurdità in un campo di concentramento non è provocatoria; è irresponsabile. L'assurdità precisa — questa è l'unica forma moralmente difendibile di questa trasgressione.