Film di registi costretti a lasciare il loro paese — per persecuzione politica o censura. Hanno plasmato il cinema del XX secolo.
Quando un regista lascia la sua patria — non per motivi di carriera, ma perché persecuzione, censura o pressione politica lo costringono — nasce un linguaggio cinematografico del tutto particolare. Non si tratta semplicemente di un genere, ma di una costante storica e artistica che attraversa il cinema del XX secolo. I registi in esilio portano con sé il loro trauma, la loro nostalgia, la loro rabbia e la loro acuta capacità di osservazione nella nuova patria — e questo si vede in quasi ogni fotogramma.
Sul set o al montaggio, si percepisce subito la differenza: un regista in esilio filma i luoghi con una percezione doppia. Conosce la patria così bene da cercare di ricostruirla anche in paesaggi stranieri — a volte consciamente, a volte inconsciamente. Fritz Lang fuggì dai nazisti dalla Germania a Hollywood e lì realizzò film noir con una geometria, un freddo, una sfiducia che derivano direttamente dall'esperienza dell'esilio. Filma la città americana come un labirinto da cui non c'è scampo. Questo non è melodramma — è la documentazione di una realtà psicologica.
La scelta dei temi è caratteristica: fuga, perdita di identità, la tensione tra due mondi, la nostalgia come forza esistenziale. Billy Wilder, anch'egli fuggito dall'Europa, tradusse questa esperienza in cinismo ed eleganza. Milos Forman fuggì dalla Cecoslovacchia e realizzò in America film su anticonformisti ed outsider — perché lui stesso lo era. Non è un caso.
In pratica, il cinema dell'esilio significa anche: il regista lavora spesso con budget limitati, troupe straniere, studi sconosciuti. Questo costringe alla creatività. Alcuni registi in esilio costruiscono una rete di connazionali — direttori della fotografia, ingegneri del suono, attori della vecchia patria, anch'essi fuggiti. Questo crea una cultura produttiva del tutto particolare, un trauma collettivo che si traduce in estetica.
Oggi il concetto non è più legato alla fuga fisica, ma anche all'esilio artistico — censura nel proprio paese, impossibilità di realizzare certi film. Il fenomeno rimane rilevante. Ogni regista che può realizzare la propria visione artistica solo al di fuori della propria patria opera nell'esilismo — inconsciamente o meno.