Sottogenere exploitation anni 70–80, principalmente italiano — cannibali come antagonisti in ambienti esotici. *Cannibal Holocaust* di Deodato ne definì lo standard.
Il cinema exploitation italiano degli anni '70 e '80 ha prodotto una variante particolarmente inquietante: film che non trattano i cannibali come fenomeno culturale, ma come pura attrazione scioccante. Le telecamere sono state puntate negli angoli più bui di ambientazioni esotiche — non per raccontare qualcosa di vero su altre culture, ma per spingere gli spettatori ai propri limiti. Questa è l'essenza del film di cannibali: la trasgressione visiva come modello di business.
Fu Ruggero Deodato, nel 1980, a definire il DNA di questo sottogenere con «Cannibal Holocaust». Combinò brutali effetti pratici con l'estetica del found footage — una forma ibrida che simulava autenticità dove non esisteva. Gli animali mutilati, i cadaveri veri inquadrati: tutto ciò doveva trasmettere l'impressione di crudezza documentaristica. Sul set si doveva capire che queste tecniche visive funzionano perché seguono una menzogna inconscia — lo spettatore riconosce inconsciamente il found footage come onesto, anche se il materiale è messo in scena. Non è documentazione, è tecnica di manipolazione.
Il sottogenere operava in un ecosistema brutale: produzione a basso budget, violenza su pellicola (spesso su animali), stereotipizzazione culturale, sesso e cannibalismo come reazioni scioccanti intercambiabili. Film come «Cannibal Ferox» (1981) di Umberto Lenzi o la rete italiana attorno ad esso copiarono pedissequamente la formula di Deodato — non sempre con la sua finezza artigianale. Servirono come programmazione di serie B nelle grindhouse, come video-nasties nell'underground VHS.
Dalla prospettiva del praticante odierno è importante: questi film mostrano come il found footage funzioni come strategia di credibilità, indipendentemente dal peso etico. La qualità grezza dell'immagine, la camera a mano, il ritmo del montaggio — tutti segnalano al cervello: «Questo è reale». Il cinema ha imparato quest'arma psicologica e l'ha poi impiegata in altri contesti (horror found footage, mockumentary). Il film di cannibali non fu in questo un'arte, ma un laboratorio.
Il sottogenere è oggi morto — non per evoluzione artistica, ma per regolamentazione e cambiamento di gusti. Ma la sua lezione tecnica rimane: i mezzi formali creano credenza, indipendentemente dal contenuto. Questo è l'artigianato che il film di cannibali ha insegnato, volente o nolente.